Genere: Heavy Metal
Anno di pubblicazione: 2009
Etichetta: Ice Warrior Records/Rock It Up records
Line up:
Federico Puleri - vocals
Marco Moroni - guitar
Tommy Vitaly : guitar
Simone Vermigli - bass
Fabrizio Marnica - keyboard
Lorenzo Innocenti - drums
Da mangiarsi le mani!!! Già, chissà come ci si deve sentire ad aver registrato un album della caratura del qui recensito “The good and the evil” e non riuscire a trovare uno straccio di contratto che ti permetta di distribuire il tuo disco in maniera capillare in modo da riuscire a raggiungere il numero più cospicuo di appassionati in giro per il vecchio continente, ma non solo?
Questo è quello che era successo più o meno ai fiorentini Seven Gates che, nonostante la qualità intrinseca di un platter di tutto rispetto, hanno dovuto attendere quasi due anni per vedere realizzato in modo concreto il sogno della seconda uscita ufficiale, dopo aver optato per la decisone, quasi estrema, di permettere il download libero dell’intero album dal proprio sito ufficiale, sino alla firma del contratto con la Ice Warrior records, sottoetichetta della più celebre Rock it up records tedesca che, finalmente oserei dire, tributa giustizia ad una delle formazioni più sottovalutate degli ultimi anni.
E “The good and the evil” naturalmente, mette in risalto il duro lavoro di una formazione veramente nel pieno di una maturazione stilistica e che, rispetto al seppur ottimo debutto “Unreality”, riesce in questa nuova occasione a sviluppare un approccio sonoro che, seppur ben legato alle proprie radici musicali ed artistiche, riesce ad amplificare, dove possibile, le qualità intrinseche dei nostri, portandoli davvero a compiere quei progressi compositivi che, in un tempo non tanto remoto, erano stati solamente accennati.
Si, seppur nel loro piccolo, i Senven Gates sono oramai una formazione matura e pronta per il grande pubblico, questo almeno è quanto tutti noi ci auspichiamo, se fosse il contrario, vuol dire che gli appassionati di certe sonorità mittle europee, non capiscono più niente di musica, anche perchĂ© questa volta è davvero innegabile non attribuire ai nostri i giusti meriti, quelli derivati dal aver saputo osare, spingendosi nella realizzazione di un prodotto discografico, mi si permetta il termine, che mette in mostra una buona dose di creatività, nonchĂ© delle idee compositive davvero niente male.
Undici splendide composizioni che vanno a disegnare un ipotetico itinerario artistico non tanto distante da certe coordinate vicine ad una concezione melodic power metal di stampo prettamente nord europeo, anche se più volte il combo nostrano, riesce ad essere anche molto più personale di quando non possa sembrare ad un semplice e timido acchito, arricchendo le proprie escursioni sonore di elementi più prettamente progressivi da una parte, e più sinfoniche dall’altra, attuando così delle scelte compositive ben ponderate che risultano essere determinanti durante l’ascolto di brani avvincenti come nel caso dell’intricato escursus musicale di “Vengeance”, brano in cui la band si avvicina a volte al suono quasi regale dei primi Crimson Glory, soprattutto nell’espressività quasi teatrale del vocalist Federico Puleri, che domina un brano che presenta delle soluzioni melodiche d’indubbio gusto artistico, in un’alternanza antitetica fra escalation progressive e momenti nettamente più power metal oriented.
La produzione globale dell’intero disco, registrato nei celeberrimi Zenith Studios di mr. Frank Andiver, innalza in modo esponenziale le potenzialità espressive della band toscana in questione, così che le escursioni in campo classico dell’avvenente “Ride the devil”, sicuramente fra gli episodi più riusciti dell’album, risulta essere il tipico esempio di metal melodico a tutto tondo che, pur mantenendo inalterato il trade mark tipico della formazione nostrana, risulta essere molto ma molto convincente, ed allo stesso tempo avvincente, mentre se l’intricata “Freedom” prima, grazie alle sue divagazioni in ambienti più prettamente progressive metal, o l’articolata “Cry of efestus”, legata ad una matrice classica, risultano essere non tanto distante dai Labyrinth del capolavoro “No limits”, la sorprendente “The dragon kiss”, con le sue alterazioni power metal ed il guitar work imponente ed imperioso, prova a spingere nettamente il piede sull’acceleratore riportando da lontano sonorità non tanto distanti dai Rhapsody dei primi due album.
Che dire, dobbiamo dare ampio merito ai Seven Gates di essere riusciti a portare avanti un discorso musicale si articolato ed abbastanza intricato, ma che, naturalmente, non perde di vista l’aspetto più prettamente melodico della loro proposta musicale, la maturità, soprattutto quella compositiva, comincia a dare i suoi frutti, bene, anzi, meglio, vorrà dire che in un futuro non tanto distante, dobbiamo aspettarci un come back sulle scene che possa finalmente concedere alla band la giusta risonanza internazionale che si merita, perchĂ© se tanto mi da tanto…..
Voto: